Parliamo di “Diario da Sarajevo: Assedio, evasione e ritorno” – Intervista a Silvio Ziliotto

Istituto Sindacale per la COoperazione allo Sviluppo

Parliamo di “Diario da Sarajevo: Assedio, evasione e ritorno” – Intervista a Silvio Ziliotto

Quella di Dubravka Ustalić è una storia fatta di paura, tragedie e grande dolore, ma il tutto sempre spinto da una lucidità che sembra irreale. Nonostante tutto, questa donna è riuscita a mantenere una grande forza, che è servita soprattutto a salvare suo figlio durante la fuga dalla guerra e dall’orrore.

Da questa intervista, ma ancor di più dalle parole di Dubravka in Diario da Sarajevo, traspare l’animo profondo e coraggioso di questa donna, che non si è arresa e ha saputo sempre rialzarsi, per sé stessa e anche per gli altri. Grazie a Silvio Ziliotto possiamo leggere la sua testimonianza e possiamo conoscere questa donna, testimone di un periodo storico spesso tralasciato, ma che non va dimenticato.

Dubravka Ustalić è la protagonista di questo libro che ripercorre la guerra in ex Jugoslavia sin dalle sue origini: quali sono state le emozioni e com’è stato il primo impatto al primo incontro con Dubravka Ustalić?

Il primo incontro tra me e lei avviene in una zona di guerra appena liberata, quindi è un incontro drammatico tra persone che ancora sono in fuga o che per la prima volta rientrano in patria in Bosnia.

Quando mi incontra la prima volta, sa che io sono una di quei volontari che sta aiutando tanti profughi e tante persone della sua terra. Poi non ci rivediamo per circa quindici anni, e ci ritroviamo come se ci fossimo frequentati da sempre perché raccogliendo la sua storia ho avuto modo di conoscerla sempre meglio, pagina dopo pagina.

Conosco il cuore e i sentimenti di questa donna molto più di tante altre persone che ha avuto vicino per anni. È una donna di cui si coglie la bontà e l’intelligenza.

Lei che l’ha conosciuta, come pensa abbia fatto a mantenere quella lucidità che invece è venuta meno in altre persone?

È la lucidità di una donna che, prima di tutto, deve proteggere un bimbo molto piccolo mentre scappa da una Sarajevo assediata, ma allo stesso tempo riesce a leggere le dinamiche, politiche e non, che stanno capitando in Bosnia Erzegovina e in ex Jugoslavia. Si domanda perché il mondo abbia abbandonato la sua terra, perché nessuno intervenga in questa tragedia.

Nel suo diario ci sono proprio degli appelli all’umanità degli altri popoli e lei pone anche altri quesiti soprattutto sui motivi della guerra e sul significato dell’amore, amore per la famiglia e amore per il proprio popolo. Un popolo, quello bosniaco, che viveva in pace convivendo con le altre etnie tradizioni, usi e costumi da secoli.

Come ben sappiamo i mezzi di comunicazione sono notevolmente cambiati negli anni; secondo lei questi cambiamenti potrebbero aver influito su ciò che è accaduto in Bosnia Erzegovina e su ciò che le persone stavano subendo?

Effettivamente c’è un tema molto importante che è quello dell’informazione. Un’informazione parziale, faziosa e organizzata con l’obiettivo di motivare un conflitto, e questo lo si nota molto bene in quegli anni.

Tradurre questo libro è stata una grande responsabilità anche nel testimoniare la grande disinformazione, come gli insabbiamenti di notizie, a quei tempi all’ordine del giorno, e il fatto che diversi paesi europei sembravano non vedere il conflitto.

Quindi ciò che mancava era una visione imparziale e una posizione unitaria nei confronti del conflitto, e anche Dubravka si pone questa domanda: “Perché il mondo non aiuta il mio Paese e i Paesi vicini?”.

La disinformazione è stata incredibile, anche perché pochi volevano parlare di una guerra che sembrava non interessare. E altri credevano a quello che faceva comodo credere!

Questo accadeva perché la propaganda era capillare ed era fatta sugli organi di stampa che funzionavano, mentre i quotidiani che davano fastidio, come Oslobođenje, il giornale di Sarajevo, venivano cancellati con bombardamenti mirati direttamente alle loro rotative. Purtroppo le popolazioni locali credono credevano molto in ciò che veniva diffuso, e persino alcuni nostri inviati europei credevano a queste false notizie diventando faziosi nel raccontare le vicende belliche di quel periodo e non aiutando a fare chiarezza.

Arrivando a parlare dell’Unione Europea di oggi, secondo lei cosa potrebbe e dovrebbe fare nei confronti della Bosnia Erzegovina e nei confronti delle persone che sono legate a quella Terra e che ci vivono?

L’Unione Europea oggi ha un atteggiamento sicuramente diverso rispetto al passato, anche se tende ancora a chiudere gli occhi su determinate cose, come ad esempio l’anniversario dei 25 anni del Trattato di Dayton che non è stato ricordato lo scorso anno. Questo anniversario dovrebbe essere degno di nota, in quanto ha messo fine a una guerra che ha causato tante stragi,

e invece si è cercato quasi di non ricordare.

Perché? Perché faceva scomodo ricordare che il processo di inclusione della Bosnia Erzegovina, della Serbia e degli Stati che ancora non sono stati inclusi va a rilento e sicuramente uno dei motivi è di stampo “criminale”.

Quindi, non è un caso che l’anno scorso l’Unione Europea abbia fatto passare sotto traccia questo importante anniversario; e la cosa grave è stata proprio la mancata e adeguata comunicazione all’opinione pubblica europea dell’importanza del processo di inclusione della Bosnia Erzegovina.

Quella sarebbe l’unica chiave per evitare ulteriori conflitti futuri.

Silvio Ziliotto è traduttore, interprete ed insegnante della lingua serba, croata e bosniaca. Tra le sue traduzioni è importante ricordare Palmižana, La saga della Quintessenza (2005), Gli occhi colmi di terra (2011) e Diario da Sarajevo (2016). È Autore del libro La sentinella del piccolo popolo, Storia di Miroslav Krleža, l’uomo che visse sette vite (2019) e ha curato con Luca Leone Dayton, 1995: La fine della guerra in Bosnia Erzegovina, l’inizio del nuovo caos.
Ziliotto da anni fa volontariato e attualmente è anche presidente di Ipsia Milano e Segretario di presidenza alla legalità e alle relazioni internazionali delle Acli milanesi.

 

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