Consiglio di visione

Istituto Sindacale per la COoperazione allo Sviluppo

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Il 3 ottobre al cinema Rondinella “Frantoio”: monologo di teatro civile sulle migrazioni

Alla XVIII edizione del Labour Film Festival, rassegna di cinema e lavoro promossa da Cisl e Acli Lombardia con il cinema Rondinella di Sesto San Giovanni, il 3 ottobre alle ore 20 approda lo spettacolo teatrale Frantoio – una storia di Mediterraneo.

Noi di Iscos Lombardia, che sosteniamo il teatro civile di Antonio Roma e già lo scorso marzo avevamo patrocinato al PIME lo spettacolo Markale dedicato alla Bosnia Erzegovina, vi proponiamo l’intervista al regista e curatore dello spettacolo.

Antonio Roma mette non solo la propria creatività, ma anche la carriera e la sua stessa vita al servizio di quella che lui stesso definisce un’utopia, che noi condividiamo: rendere la società consapevole.

Da cosa nasce il tuo modo di concepire e fare teatro?

Fare Teatro Civile nasce dall’esigenza di comunicare alla società gli ideali in cui credo ed in questo l’educazione dei giovani ricopre un ruolo fondamentale. Come insegnante mi è capitato di notare nelle nuove generazioni una tendenza alla derisione nei confronti di persone che presentano delle differenze; questi atteggiamenti di bullismo minano le fondamenta della democrazia, la quale pone le sue fondamenta nell’autonomia individuale e nella giustizia sociale. Oggi più che mai è necessario adottare dei comportamenti da persona che ha davvero a cuore gli altri – tutte le persone altre da sé – portando rispetto ed esercitando l’empatia. Faccio un esempio: la scuola rappresenta un ambiente multiculturale, dove la curiosità dei ragazzi e la loro voglia di conoscere dovrebbe concretizzarsi nel porre domande, interrogarsi gli uni gli altri per conoscersi.

Raccontaci del format #standupNOTcomedy. Cosa ha di innovativo?

Il format #standupNOTcomedy vuole portare l’esperienza dei monologhi al di fuori del contesto e far sì che non sia riconosciuto solo il lavoro dell’autore; chi organizza ha il diritto e il dovere di contribuire allo spettacolo con qualcosa di suo, che gli sta particolarmente a cuore, e questo si traduce nel consigliare i temi che si vogliono affrontare sul palco. In questo modo, il titolo cambia ad ogni spettacolo perché rispecchia le esigenze strutturali dei ruoli e nasce dal confronto stesso con la realtà. Il monologo di teatro civile prevede l’attore in piedi e la partecipazione del pubblico; non è presente un costrutto teatrale, solo un canovaccio. L’elemento di novità si configura nella capacità di essere riusciti nell’impresa di mettere insieme e vedere realizzati una serie di patrocini differenti con case editrici, giornali, associazioni – Non solo condividere, ma comunicare con il pubblico.

Frantoio debutterà il 3 ottobre al Labour Film Festival. Tuo nonno, migrante, lavorava in un frantoio. Come si coniuga questo tuo ricordo del passato con lo spettacolo?

Il frantoio dove in passato ha lavorato mio nonno, è un luogo dove oggi si impiegano solo migranti. Lo spettacolo Frantoio presenta lo sfruttamento del lavoro come un tema che si ripropone dal passato al presente, con le stesse problematiche: basso costo economico, alto costo umano.

Quali sono le esperienze del viaggio in Bosnia che hanno innescato in te la volontà di fare teatro?

Nel 2013 ha inizio il mio viaggio in Bosnia per un’esperienza di volontariato; ho vissuto questa terra per 3 anni, anche se non continuativi. Durante questi anni ho avuto modo di entrare in contatto con persone comuni che abitano il quotidiano. Tutto è iniziato dall’ascolto delle loro testimonianze, poi la decisione di mettere il talento che sento di avere nella scrittura a supporto della volontà di raccontare si è rivelata una cosa del tutto naturale. Scrivo Oggi è un bel giorno, un racconto lungo che comincio a portare sotto forma di monologo in giro per i teatri, poi a causa della pandemia sono costretto a fermarmi. Insieme al mio team, però riusciamo a raccogliere 100 ore di testimonianze aggiuntive. Oggi è un bel giorno si distacca dall’idea iniziale e nel 2022 con Markale, abbiamo la conferma che il racconto teatrale è la cosa giusta da fare. Markale è un lavoro di gruppo nato dalla voglia comune di raccontare, ma soprattutto di fare, che si propone di educare la società civile alla Memoria.

I “personaggi” che interpreti sono persone reali con vissuti drammatici difficili da digerire. Come riesci a interiorizzare queste loro Testimonianze per riproporle sul palco?

Per interiorizzare è necessario esercitare Empatia e Rispetto nei confronti dell’altro da sé. Nei monologhi di Teatro Civile faccio mia la libertà di salire sul palco senza mai fingere; infatti, data l’assenza di un costrutto teatrale da rispettare, la rappresentazione stessa si configura come in eterna costruzione. Il monologo si trasforma ad ogni rappresentazione poiché vuole rispecchiare sia l’umore della mia particolare giornata sia il pubblico, che cambia ad ogni spettacolo.

Nelle tue produzioni auspichi al raggiungimento di una Utopia. Quale forma assume?

Utopia è al contempo concreta e astratta. Le Utopie sono diverse e vale la pena inseguirle. Utopia è qualcosa di auspicabile: il dovere di inseguire ciò che è auspicabile. Auspico ad una trasformazione della società in senso positivo. Abbiamo bisogno di una società diversa e più consapevole dei propri errori, di ciò che non va. Le nuove generazioni hanno il potere di cambiare le cose; oggi è il tempo in cui loro possono essere protagonisti e agire nella costruzione di un futuro non solo personale, ma collettivo. In Italia, in Europa e nel mondo manca consapevolezza; gli individui che compongono la società divengono consapevoli troppo tardi: sarebbe meglio prevenire i problemi, non curarli. Faccio un esempio. Sarajevo è un’utopia: ci sono 3 gruppi nazionali, ma una sola etnia; la città, purtroppo, non può definirsi multiculturale perché si sta arrivando ad una divisione netta.

Quali speranze nutri nei confronti del tuo futuro?

Le speranze ci aiutano a scandire i momenti della vita con inconsapevole presunzione. Esse cambiano e maturano in base all’età. A 30 anni, posso dire che nutro la speranza di poter continuare a fare ciò che ritengo giusto: voglio comunicare, raccontare, e voglio farlo attraverso il teatro. Tuttavia è difficile rimanere al passo con i tempi perché il mondo dello spettacolo richiede una certa competitività in termini di performance e date di scadenza. Per il futuro vorrei riuscire a dare alle cose il giusto peso, così da porre l’accento sulla qualità nella produzione di contenuti, e vorrei poterlo fare dedicando a queste cose il giusto tempo, senza la paura di andare in overbooking.

 

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