Se questa è democrazia

Istituto Sindacale per la COoperazione allo Sviluppo

Se questa è democrazia

In occasione della 6^ Giornata Internazionale della Democrazia promossa dall’ONU, che si celebrerà il 15 settembre, l’attenzione si rivolge non solo a quei Paesi di cui tutti conosciamo e riconosciamo la mancanza di un governo democratico, Paesi come Siria, Libia, Tunisia ed Egitto, ma vogliamo porre l’attenzione anche su quelli che appaiono come i Paesi democratici per eccellenza, ma che in realtà soffrono costantemente di ingerenze governative e forti disuguaglianze.

 

 

Il Sudafrica

 

È così che oggi, ai nostri occhi, appare il Sudafrica, come lo stato più democratico del continente africano. Questa favola ha inizio nel 1991 quando, con Nelson Mandela a capo dell’African National Congress, venne smantellato l’intero sistema della segregazione razziale meglio conosciuto come apartheid. Nel 1994 si tennero le prime elezioni democratiche a suffragio esteso a tutte le etnie e Mandela venne eletto presidente. Questa è la parte della storia più conosciuta, quella da cui prendere esempio, quella da cui qualsiasi leader illuminato dovrebbe farsi guidare, ma la storia non è finita, questo è solo un buon inizio.

I poveri del Sudafrica hanno sicuramente beneficiato dell’evoluzione politica del Paese: il governo ha costruito due milioni e mezzo di abitazioni, ha portato l’energia elettrica in otto milioni e mezzo di case, ha triplicato il numero di sudafricani che hanno accesso all’acqua potabile, ma i progressi sarebbero ancora più grandi se la povertà non crescesse così rapidamente. Il superamento dell’apartheid, era politica della segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica del dopoguerra e rimasta in vigore fino al 1993, è ormai un ricordo lontano, ma se la discriminazione di razza è stata apparentemente in parte superata, il Sudafrica continua a vivere forti disuguaglianze sociali. La repubblica sudafricana è infatti considerata uno dei due paesi con le maggiori disuguaglianze sociali al mondo, l’altro è il Brasile. I ricchi vivono in quartieri residenziali recintati da alte mura e vigilati dalla sicurezza giorno e notte, mentre i poveri si ammassano nelle baraccopoli, dove la povertà alza pericolosamente il livello di criminalità e dove la giustizia sommaria “fai-da-te” ne é una pratica abituale. I sudafricani si spostano verso le città e dal 1994 il numero degli insediamenti informali è aumentato di dieci volte, fino a raggiungere i 2700. Oggi nelle township del Sudafrica vivono più di un milione di famiglie.

 

I minatori in sciopero

 

Dalla povertà, dalla disuguaglianza e dalla forte disoccupazione che colpisce il Paese ha origine il fatto di cronaca delle scorse settimane: la sparatoria in cui la polizia ha ucciso 34 minatori e ne ha feriti 78.

I minatori della miniera di platino della Lonmin di Marikana, terza produttrice al mondo di platino con 28.000 dipendenti, stavano scioperando per chiedere l’aumento dei salari da 648$ al mese a 1.500$ al mese, gli scioperi proseguivano ormai da giorni quando la polizia ha ucciso 34 manifestanti, lasciando 78 feriti e facendo 259 arresti.

 

Cosa c’è dietro il massacro?

 

L’alta tensione tra i due sindacati AMCU (Mineworkers and Construction Union) e NUM (National Union of Mineworkers) fa da sfondo a questi tragici fatti.

Il sindacato NUM nacque negli anni Ottanta per combattere le leggi dell’apartheid nelle leggi sul lavoro. Il sindacato è sotto la guida di Cyril Ramaphosa che fa parte anche del consiglio di amministrazione della Lonmin, l’azienda travolta dagli scioperi. La NUM negli anni è diventata una sigla sindacale potente oltre che un importante alleato del partito ANC (African National Congress), il partito al potere dal 1994. Negli ultimi anni il sindacato si è diviso a causa di successioni interne al partito e l’attuale leadership si schiera con il presidente Jacob Zuma nella sua corsa al secondo mandato elettorale. Per questa posizione il sindacato ha pagato un prezzo molto alto: alle miniere della Lonmin le iscrizioni sono calate dal 66% al 49% ed alcuni suoi leader delusi o espulsi hanno formato una nuova organizzazione sindacale, l’AMCU. Il vero problema della NUM ora sono i troppo stretti rapporti con i proprietari delle miniere e con l’organizzazione degli imprenditori di settore. Inoltre si rimprovera al sindacato di avere accettato accordi che concedono ai lavoratori solo miseri aumenti di salari.

L’AMCU invece ha attirato molti iscritti promettendo l’aumento dei salari voluto dai minatori. Nell’ultimo mese il sostegno all’AMCU da parte dei minatori della Lonmin è cresciuto del 19% e il sindacato ha dato via ad uno sciopero non autorizzato, che ha presto assunto toni violenti. In questa occasione i sindacalisti di AMCU si sono mostrati pronti allo scontro, al contrario quelli di NUM hanno perso di credibilità. Con il tragico evento del 24 agosto anche la polizia e lo stato hanno perso di credibilità, mentre AMCU ha iniziato ad organizzare anche i lavoratori più poveri che vivono nelle baraccopoli, dove la polizia non entra neanche più. Per queste persone non si tratta solo di una questione sindacale, ma di uno sciopero contro lo stato e i ricchi.

 

Epilogo

 

Non c’è un epilogo a questa storia. Vogliamo solo continuare a mantenere alta l’attenzione, anche a riflettori spenti, sulla situazione di Paesi come il Sudafrica, di cui si tende a “non preoccuparsi” in quanto sulla carta risultano Paesi completamente democratici, ma dove in realtà molto spesso il governo è ingerente o, peggio, indifferente e le disuguaglianze sono molto forti. Vogliamo così ricordare i minatori sudafricani e la situazione attuale del Paese in attesa di celebrare la 6^ Giornata Internazionale della Democrazia.

 

 

Fonti:

Il Niger continua ad essere uno tra Paesi più poveri al mondo caratterizzato da risorse naturali e umane limitate. Circa i 2/3 della popolazione vivono al di sotto della soglia di povertà e la maggior parte degli adulti rimane senza educazione primaria. Circa l80% della popolazione vive grazie ad agricoltura e bestiame, nonostante il Paese combatta costantemente contro la siccità in un territorio di cui solo il 12% risulta arabile.

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