In Treno per la Memoria

Istituto Sindacale per la COoperazione allo Sviluppo

In Treno per la Memoria

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Come di consuetudine negli ultimi anni, si è recentemente svolta l’iniziativa chiamata “In Treno per la Memoria”. Quest’anno ha partecipato anche Chiara Levati di ISCOS Lombardia e abbiamo colto l’occasione per farle qualche domanda e raccogliere le sue impressioni dopo il viaggio.

D: Com’è andato il viaggio?

R: Il viaggio è andato benissimo. È stato stancante ma molto stimolante. Eravamo circa 600 partecipanti tra studenti e membri di CISL e CGIL, organizzatori del viaggio.
In breve, siamo partiti giovedì 19 marzo alle ore 13 dalla Stazione Centrale di Milano, abbiamo viaggiato per 24 ore e siamo arrivati a Cracovia il giorno successivo. Il viaggio è stato costellato di laboratori rivolti ai ragazzi che li aiutassero a prepararsi alle visite dei campi di Auschwitz e Birkenau. Poi è stata la volta della visita della città, con il castello di Wawel, la fabbrica di Schindler e il ghetto, e dell’incontro “Avviscinarsi ai campi; cosa significa visitare Auschwitz e Birkenau” a cura del Prof. Raffaele Mantegazza.
Il sabato è stato il fulcro del nostro viaggio. Siamo stati guidati, infatti, nella visita di Auschwitz e Birkenau. Abbiamo visto i luoghi dove è avvenuto lo sterminio e, alla conclusione, abbiamo assistito alla cerimonia di commemorazione davanti al monumento di Birkenau. La sera, poi, ci siamo concessi un po’ di relax psicologico con un concerto.
La domenica è stata la giornata conclusiva del percorso scolastico che i ragazzi hanno svolto durante l’anno: attraverso forme comunicative diverse, anche artistiche, ci hanno raccontato, accolti nello spazio di un teatro, quello che hanno imparato.
La sera è arrivato il momento di prendere nuovamente il treno e affrontare le 24 ore di ritorno, anch’esse caratterizzate dai laboratori rivolti ai ragazzi.

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D: Cos’hai provato entrando nel campo di Auschwitz?

R: Entrando nel campo? Ho provato dei brividi lungo la schiena, mi è venuta la pelle d’oca e i miei occhi si sono riempiti di lacrime. Quella del cancello d’ingresso con la scritta “Il lavoro rende liberi” è la classica immagine che ci viene sempre proposta quando si parla di Nazismo, alla quale è difficile rimanere indifferenti.
La sensazione però che, in assoluto, più ha caratterizzato la mia visita e che ho provato più fortemente si è sviluppata rimanendo dentro al campo ed è la sensazione di vuoto, di un vuoto penetrante, che ti scava nell’anima e che difficilmente si riesce a descrivere dal tanto è profondo. La disumanizzazione delle vittime è disarmante; ti lascia senza parole, senza difese e ti induce a porti moltissime domande, sia riguardanti l’epoca storica e la ragione dei fatti avvenuti sia riguardanti te stesso: come avresti reagito se fossi stato coinvolto in prima persona, sia come ebreo o deportato al quale magari avrebbero dato il ruolo di Kapò o di membro di una squadra della zona grigia (ovvero coloro che inviavano gli altri deportati alle camere a gas) che come tedesco o testimone dei fatti? Trovarne le risposte è pressoché impossibile.

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D: Qual è stata la cosa che più ti ha colpito?

R: È difficile dire cosa mi abbia colpito in particolare, ma forse, a parte la sensazione di vuoto, sono state le storie. Le storie rappresentate da tante foto, tanti corpi, tanti volti di uomini, di donne e soprattutto di bambini e da tanti oggetti a loro rubati. Gli sguardi in quelle foto sono impressionanti: sia quelli delle persone imperturbabili che sembrano essere invincibili e che poi magari sono sopravvissute nel campo solo per qualche mese, sia, invece di quelle, in particolare dei bambini, che sembrano chiedere pietà.
In quel momento ti accorgi ancor di più di quanto le vittime siano delle persone reali e non dei semplici numeri, come quelli che gli venivano forzatamente tatuati all’ingresso del campo. Hanno avuto una vita, testimoniata, nel caso specialmente di Birkenau, da foto risalenti a prima della deportazione che gli è stata ingiustamente strappata solo perché colpevoli di non appartenere alla razza eletta, o presunta tale: quella ariana.

D: La visita al campo ti ha avvicinato maggiormente ai fatti lì accaduti?

R: Assolutamente sì. Lo studio della storia sui libri, a volte, rischia di essere un po’ asettico, mentre la visita ha permesso a me e a tutti gli altri di immaginare, più da vicino, quanto avvenne in quei posti in quegli anni. Nessuna foto o scritto o racconto te lo può far comprendere davvero. La visita è un’occasione, sebbene fortunatamente non esaustiva, per avvicinarsi ulteriormente a quella realtà. Rimango però dell’idea che, quello che si percepisce, seppur più completo rispetto a quanto studiato a scuola, è forse un decimo di quanto realmente accaduto.

D: Com’è cambiata la tua percezione degli eventi, rispetto a prima?

R: È cambiata nei termini dell’impatto psicologico. È difficile da spiegare, ma se prima mi sentivo coinvolta, ora lo sono ancora di più. Questa visita mi ha dato l’occasione di svolgere una riflessione psicologica su me stessa e sui fatti storici realmente accaduti. È una storia che si studia sui libri come se riguardasse solo il nostro passato e invece non è così: riguardava in prima persona anche i nostri nonni e ora riguarda tante persone che magari non sono ebree o che non vivono in Germania ma condividono con loro lo stesso destino. Difficilmente a scuola questo ci viene detto. Difficilmente i ragazzi sono portati a rifletterci.

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D: La ritieni un’esperienza utile da vivere per le generazioni che non hanno vissuto in prima persona quegli orrori?

R: Certamente si. Un buon modo per avvicinarsi a tali orrori, rimanerne psicologicamente colpiti ed evitare di ripeterli.
Durante questo viaggio è stato affidato a tutti i partecipanti, me compresa, il compito, non semplice, di diventare dei testimoni di quello che abbiamo visto e vissuto e, mi pare, dalle impressioni ascoltate dai ragazzi, che abbiano colto l’essenza di questa visita e siano pronti a diffondere il messaggio, come sto facendo io, affinché l’orrore e le violazioni della dignità e dei diritti umani non vengano più ripetuti.

D: È un’esperienza che consiglieresti di fare a tutti?

R: Si, anche se credo che ci si debba sentire psicologicamente predisposti. Attenzione: ho volutamente detto predisposti e non pronti perché, essere realmente pronti, è impossibile.

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D: Hai intenzione di ripetere il viaggio in futuro? E perché?

R: No, se non necessario. Perché credo che sia un viaggio indimenticabile, da fare almeno una volta nella vita, ma non da ripetere molto spesso: il rischio, secondo me, ripetendo il viaggio tutti gli anni, è quello di attivare un meccanismo di difesa distaccandosi da quello che si vede. Invece, bisogna esserne pienamente coinvolti.

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